A Firenze il Museo Salvatore Ferragamo, la Biblioteca Nazionale Centrale, la Galleria del Costume e la Galleria d’Arte Moderna a Palazzo Pitti, il Museo Marino Marini e – a Prato – il Museo del Tessuto uniti per raccontare il rapporto – complicato – tra gli artisti e i creatori di abiti.

L’industria del lusso come noi la conosciamo è un’invenzione francese, di Luigi XIV o meglio del suo ministro delle Finanze Jean-Baptiste Colbert: «La moda sia la risposta francese a quello che le miniere d’oro del Perù rappresentano per la Spagna». Nacque così l’idea del lusso, dei colori e dei tessuti pregiati — la moda dominante fino a quel momento era quella spagnola, dominata dal nero come vediamo nei quadri dell’epoca — e della divisione in stagione, nell’utilizzo massiccio dei media nella promozione di quello che oggi indubbiamente chiameremmo soft power — il lusso nacque come risposta pragmatica alla inferiorità militare della marina francese: espansione tramite esportazioni (di merci, e di stile).

Non poteva non essere utilizzata, da quest’industria nascente, l’arte come fonte di ispirazione e simultaneamente come cinghia di trasmissione, facendo nascere un rapporto sempre stretto e a volte scomodo tra le due discipline. Una «alta» e l’altra forse no, una che mira all’immortalità e l’altra mutevole nelle stagioni, ma entrambe ovviamente legate alle logiche commerciali. E’ per questo che per analizzare un tema tanto vasto come il rapporto tra arte e moda, hanno scoperto da Salvatore Ferragamo, una delle case più antiche del lusso italiano, non basta una mostra: ce ne vogliono cinque.

Fonte Matteo Persivale – Corriere della Sera